Io, Daniel Blake giuro di non dire tutta la verità

Scrivere una sceneggiatura basata su fatti reali nasconde più di un’insidia e la storia di Io, Daniel Blake ne è un ottimo esempio. Nei primi mesi del 2015 lo sceneggiatore Paul Laverty compie un pellegrinaggio tra i banchi alimentari e gli uffici dell’assistenza sociale sparsi in Gran Bretagna. È accompagnato dal regista Ken Loach, insieme al quale forma una strabiliante coppia artistica: stanno lavorando su quella che diventerà la storia di un falegname cinquantanovenne il quale in seguito a un infarto si rivolge allo Stato in cerca di un aiuto concreto, e invece si scontra con una burocrazia ottusa e spietata.

L’intenzione di regista e sceneggiatore è chiara: denunciare un sistema ingiusto e violento. Ma, da esperto scrittore qual è, Paul Laverty sa che l’intenzione da sola non basta, per quanto animata da sincera urgenza civile: perché una storia funzioni occorrono personaggi a tutto tondo e una trama convincente. E siccome un metodo ormai consolidato prevede di informarsi sul campo, eccolo parlare con quelle stesse persone che più avanti contribuiranno a dare forma e sostanza ai protagonisti del film. Un giorno Paul Laverty incontra una donna che gli racconta di essere costretta a scegliere fra comprare un po’ di cibo scadente oppure accendere il riscaldamento di casa. In un’altra occasione ascolta la storia di un uomo che era andato al funerale di un parente, aveva avvisato il Dipartimento del lavoro e delle pensioni, ma era stato comunque sanzionato con la sospensione dell’erogazione dei sussidi.

Un giorno conosce un giovane medico che gli racconta la vicenda di un suo paziente malato terminale di tumore e quasi incapace di reggersi in piedi con le sue sole forze. Nonostante la documentazione fornita, l’ufficio competente lo dichiara abile al lavoro e gli impone di cercare un impiego per almeno trentacinque ore alla settimana; in caso di inadempienza sarebbe scattata la sospensione del sussidio, e di conseguenza il malato fa quanto in suo potere. Una mattina cade, si ferisce alla testa, arriva l’ambulanza ma lui si rifiuta di salire perché il giorno successivo deve andare a firmare presso l’ufficio di collocamento e l’assenza rischia di essere sanzionata. Muore tre mesi più tardi.

Di tutte queste storie solamente la prima finisce nella trama di Io, Daniel Blake. La ragione è semplice e agghiacciante allo stesso tempo: «Alcune vicende erano talmente surreali che, se mai le avessimo inserite nel film, avremmo rischiato di minarne la credibilità». Il problema è che la narrazione mediatica è talmente lontana dalla verità dei fatti che un’eccessiva iniezione di realtà rischia di essere controproducente. Ad esempio, racconta Laverty, a causa di una costante disinformazione il 30% dei britannici ritiene che gli aiuti statali siano utilizzati da fannulloni che sprecano il denaro dei contribuenti; la verità è che sì, i fraudolenti ci sono, ma rappresentano circa lo 0,7% dei richiedenti.

Occorre la sensibilità di un grande narratore per identificare la giusta quantità di verità da eliminare affinché la propria storia suoni credibile e nel contempo non esagerare con la sottrazione, pena il rischio di atrofizzare la carica di denuncia. Allora Laverty fa due cose: tralascia i dettagli più grotteschi e decide di non parlare di malati, disabili e nemmeno di chi è entrato in depressione o ha tentato il suicidio; gli servono protagonisti sani, intelligenti, con delle risorse e la capacità di scendere in basso a testa alta. In questo modo disinnesca il rischio che gli spettatori non si sentano chiamati in causa perché assistono a qualcosa che, in linea di massima, li riguarda soltanto fino a un certo punto. Così facendo, Io, Daniel Blake diventa una sceneggiatura che genera contemporaneamente pianto e rabbia. Ed è un risultato straordinario, ma conoscendo la ragione che sta dietro i tagli alla verità, la constatazione della sua grandezza si accompagna a una certa dose di sconforto. O forse, meglio, di indignazione.

 

[Questo pezzo è stato pubblicato sul numero di Pagina99 in edicola il 29 ottobre 2016.]